Uno ha sempre paura di bestemmiare, quando si accosta ad un "classicone" e non ci trova neanche un elemento che lo renda tale, un piccolo grande elemento che faccia di un film buono un grande film. Seconda visione, a distanza di anni, di Close Encounters: il fatto che Spielberg si senta un po’ il paggetto di Kubrick è chiaro dalle battute iniziali del film, è chiaro nei rimandi a Space Odyssey, è chiaro da certi tagli d’inquadratura disseminati nei 136, interminabili minuti. E’ chiaro ed irritante. Ma ci si può tranquillamente passare sopra. Il fatto che Spielberg ami trattare i suoi spettatori come una mandria di bovini premendo con gusto sul tasto emozionale, è chiaro ed altrettanto irritante. E su questo non ci si può proprio passare sopra. 
Alla luce di tanta letteratura e filmografia fantascientifica, la domanda dal tono vagamente vocativo: "Spielberg, perché?" echeggia, durante i titoli di coda, imponente e luminosa proprio come una navicella spaziale, al centro del salotto. Perché, invece di costruire un film di fantascienza vagamente intelligente e critico, ci propini una favoletta che ha come protagonista un alieno anoressico ma sorridente? Perché in questo tuo capolavoro alieni ed umani comunicano come Mork e Mindy? E perché sei tanto ottimista da pensare che il satellite musicale mandato in orbita qualche anno fa sia stato recepito dalle Altre Forme di Vita e sintetizzato in un motivetto universale di cinque o sei note? Dove starebbe la politica, o la fantapolitica, in un film in cui due civili riescono a beffare allegramente esercito, servizi segreti, ufologi, santoni e pure François Truffaut? Perché ti rifiuti di usare intelligentemente la tua eccezionale bravura con la macchina da presa?
Ma che buontemponi, questi "Alieni secondo Steven Spielberg"! Rapiscono dei militari e un bambino a caso (bella scena quella dell’abduction), poi li rivomitano sulla terra qualche tempo dopo e scelgono il loro messia: il fanatico che si è costruito una montagna di fango nel salotto.
Individuato l’alter ego del regista, riposto nell’oblio l’incipit kubrickiano, iniziamo pure a cercare a mente qualcosa di non scontato in qualsiasi film di Spielberg… Non facile, eh?