Per quasi tutto il film si ha la sensazione che quella scalcinata orchestra di russi steccherà alla grande, anzi il dubbio è che non siano più neppure capaci di produrre una
nota dopo decenni di inattività... Ma Il concerto non è esattamente una pellicola realistica, definiamola pure surreal-grottesca, con un tenero cuore romantico. E l’apoteosi finale appare, più che il risultato di un credibile succedersi di fatti, la conseguenza della forza irrazionale della musica che al cinema è capace di redimere e di fare miracoli.
La nuova opera di Radu Mihaileanu, già autore del coinvolgente Train de vie, riesce a strappare molte risate (alcune un tantino grevi) e a far soffiare i nasi per la commozione. E’ un calderone di sentimenti contrastanti che si ricompongono armoniosamente solo nel concerto finale, quando tutti soccombono al potere incantatore, riconciliatore di una sinfonia di Tchaikovskij. La storia parte da Mosca e da un fax intercettato per caso: Il Bolshoi viene invitato a Parigi a sostituire un’altra orchestra che ha dato forfeit. La proposta viene accettata, con grande soddisfazione degli impresari del teatro francese, peccato che questi ultimi ignorino che l’orchestra che sta per atterrare sul loro territorio non sia esattamente quella richiesta. Diciamo che lo era una volta, una trentina di anni prima... e che lo sarebbe ancora se non fosse intervenuto Breznev a scioglierla.
Il direttore di allora, Andreï Filipov, fu lasciato al Bolshoi ma come addetto alle pulizie, la sua colpa era stata quella di aver ignorato gli ordini
che venivano dall’alto con la proibizione di far salire sul palco i musicisti ebrei. Anche in Unione Sovietica le epurazioni furono crudeli e dagli esiti drammatici, Mihaileanu dopo aver raccontato una beffa ai nazisti in Train de vie, affronta ora il tema della dittatura comunista, e lo fa con lo stesso umorismo e la voglia di mettere in ridicolo innanzitutto il vecchio sistema e i danni da esso prodotto, che si perpetuano nel presente. Il regista rumeno sostiene da sempre che il popolo ebreo non debba più commiserarsi per l’enorme tragedia subita ma reagire mostrando le sue doti di ironia, inventiva e le sue capacità di sdrammatizzare.
Ne Il concerto ogni personaggio – russi, ebrei russi, francesi, zingari – viene descritto anche nei suoi aspetti buffi, contraddittori, irrisolti attraverso un’accentuazione in chiave grottesca di difetti e particolarità. A volte Mihaileanu ha la mano fin troppo pesante, i russi sono quelli che ne escono peggio. Dopo l’uscita dal regime comunista e la sbronza di consumismo (spesso virtuale, solo immaginato), questa gente sembra aver accantonato le passioni più spirituali per l’arte, il teatro, la conoscenza alla rincorsa sfrenata di un materialismo che non è semplice bisogno. Alla fine però i membri dell’orchestra dispersi per Parigi a tentare gli affari più improbabili sentono il richiamo della musica, e soprattutto la voglia di riparare all’ingiustizia subita tanti anni prima dai loro colleghi ebrei. Il concerto finale è davvero emozionante.