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libera critica cinematografica

 
 
 
 
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Voti

Il voto del redattore

  • voto
  • 3/5
  • valutazione
  • Placido ci prova, ma si perde nell'esaltazione. Buoni gli interpreti.
  •  
 
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Il voto dei lettori

  • voto medio
  • 2.1/5
  • numero votanti
  • Questo film è stato votato da 46 lettori
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Info

Romanzo Criminale

di Michele Placido

 
    Dati
  • Titolo originale: Romanzo Criminale
  • Soggetto: Giancarlo De Cataldo
  • Sceneggiatura: Giancarlo De Cataoldo, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
  • Genere: Azione - Storico
  • Durata: 150'
     
  • Nazionalità: Italia
  • Anno: 2005
  • Produzione: Cattleya, Bebe (Francia)
  • Distribuzione: Warner bros
  • Data di uscita: 00 00 0000
 
 
 
 
 
 
 
 
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Recensione

Malavita di quartiere

di Alice Trippolini

Il film Romanzo Criminale, ultima opera di Michele Placido, supera le aspettative, per quanto molto magre, almeno dal mio punto di vista. Dopo l'esperienza di Un viaggio chiamato amore e il surreale Ovunque sei, c'erano tutte le premesse perché gli errori del passato recente si ripetessero. Qui viene proposto infatti un cast complesso, composto dalle giovani promesse carine del cinema italiano, e una storia forte che racconta di personalità dominanti e di personaggi che hanno cambiato la storia italiana. Spesso nei suoi film Placido mette in scena l'interpretazione stessa, tralasciando storia e filo logico, con il risultato di avere personaggi troppo gesticolanti e inverosimili che occupano la scena, ma non portano avanti un film da soli. Si e' detto che date le premesse della messinscena del romanzo, il rischio di tornare sugli errori c'era, ma in questo caso, grazie forse ad una sceneggiatura scritta da Petraglia, Rulli e dall'autore dell'omonimo romanzo, Giancarlo De Cataldo, la trama è chiara e scorrevole.
La vicenda si apre su un gruppo di piccoli delinquenti di Roma, il Freddo, il Libanese, il Dandi, il Nero e altri personaggi minori. Il leader principale è il Libanese, detto Libano (Pierfrancesco Favino), il personaggio meglio caratterizzato e meglio interpretato del film. Con l'aiuto di altri malavitosi romani, il gruppo organizza un rapimento che culmina con l'uccisione dell'ostaggio, il Barone Rossellini. Invece di chiudere l'esperienza, Libano e Freddo (Kim Rossi Stuart) decidono di mettere in piedi un'organizzazione che controlli lo spaccio di droga a Roma, con l'aiuto della mafia siciliana. Il progetto funziona e il commissario Scaloja (Stefano Accorsi) cerca di risalire all'organizzazione criminale che gli sta dietro. In occasione dell'arresto di Libano un uomo contatta il gruppo per offrire loro protezione in cambio di favori scomodi.
Da qui la storia della Banda si intreccia con quella dello "Stato nascosto" che protegge i loro traffici in cambio di lavori sporchi: omicidi su commissione, stragi, bombe. In seguito alla sempre più stretta connessione tra lo spaccio e i favori allo Stato, Freddo e Libano entrano in conflitto, complici anche le storie sentimentali. Da qui in poi il film mette in scena la decadenza della banda: i personaggi si lasciano andare, i complici vengono allo scoperto e una serie di vendette trasversali distrugge il gruppo. Il film, un po' lungo e ripetitivo in alcuni momenti, scorre bene, dividendosi in fasi simboliche.
Prima c'è l'ascesa e la caratterizzazione dei personaggi: Libano, una specie di fratello maggiore, affezionato al Freddo che invece è chiuso, schivo e detesta mischiarsi con il mondo della droga e della prostituzione. Il Dandi (Claudio Santamaria, in alcuni momenti un po' troppo sopra le righe), abituato a spendere e innamorato di Patrizia (Anna Mouglalis), una prostituta romana che entra nella banda gestendo un bordello. Il Nero (Riccardo Scamarcio) che rimane sullo sfondo come un killer duro e distaccato, chiamato solo per uccidere su commissione e che non vuole sapere i nomi delle sue vittime. All'esterno c'è Accorsi, il commissario giovane e spiazzato, che insegue un mondo di cui non capisce le connessioni e i retroscena.
Dopo l'ascesa sopraggiunge il potere che inevitabilmente ha bisogno di coperture: l'atmosfera si fa quindi più cupa, i toni più bassi, si lascia intuire il mistero. Come De Cataldo racconta bene nel romanzo, è difficile capire fino a che punto la Banda della Magliana (che nel film non viene mai nominata) sia stata consapevolmente coinvolta con episodi chiave come la strage di Bologna, l'attentato al papa o il caso Moro. Fino a questa seconda fase della narrazione gli attori e la trama tengono bene, senza far calare l'attenzione del pubblico. Il finale, pero', uno sterminio in cui la vendetta di mafia prende il sopravvento su tutto, acquista un tono troppo esaltante. La Banda della Magliana, un gruppo di malviventi venuti dalle borgate e con manie di protagonismo, diventa una leggenda vivente nella resa di Placido. Questo è l'errore che porta il film a non compiersi veramente: non tanto la mancanza di una condanna, ma l'eccesso di protagonismo, l'esaltazione dei valori dell'amicizia e l'ammirazione verso delinquenti che "si sono fatti da soli". I personaggi, ben caratterizzati e interpretati, sembrano eroi perché vengono dal quartiere, ma il regista dovrebbe raccontarne le aspirazioni prendendone le distanze, senza cadere nella trappola del fascino. La Banda della Magliana, come tanti gruppi criminali, è fatta di persone che hanno perso i confini e per questo hanno perso anche la dignità. Non c'è dignità nella vendetta sanguinaria senza senso, oppure nella mancanza di pietà quando si tratta di soldi o di donne.
A questo limite si aggiungono alcune parti del film poco chiare: il personaggio di Patrizia e la sua surreale storia con il commissario Scaloja non hanno molto senso. Sembra più una mossa furba volta a mostrarci Accorsi e una morona che si lasciano travolgere dalla passione: Placido sa che funziona, ma dovrebbe giustificarlo meglio ai fini della trama.
Inoltre, per carita', basta frasi alla: "Non siamo già morti mille volte, noi?" oppure: "Commissario, questo è un sequestro anomalo" (Perché? Come hai fatto a capirlo dopo un quarto d'ora di film?). Peccato per gli attori, tra cui spiccano Kim Rossi Stuart e Pierfrancesco Favino che forniscono una buona prova, mai eccessiva anche nelle parti di contorno. La scena onirica finale che richiama l'inizio del film e quello "simbolico" della banda, descrive un ritorno all'infanzia. Molto suggestivo visivamente, suona troppo come un'assoluzione. I ragazzi di quartiere manipolati dallo Stato hanno ucciso centinaia di vite: non sono solo vittime di un sistema, ma vittime della rivalsa e della  ricerca del potere che in Italia va tanto di moda. Con risultati soltanto tristi, non eroici.

 
 
 
 
 
 
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Commenti
 

I lettori hanno scritto 12 commenti

 
 
utente
alice
  • indirizzo IP 87.16.184.238
  • data e ora Martedì 03 Ottobre 2006 [20:25]
  • commento Che fanno soldi con lo spaccio di droga?
 
 
 
 
 
utente
Eduardo
  • indirizzo IP 213.45.155.72
  • data e ora Mercoledì 10 Gennaio 2007 [14:57]
  • commento Film molto forte ed originale nel suo genere. Sono i criminali che si raccontano e quindi un tocco di originalità in un film da 10 e lode agli attori e al regista
 
 
 
 
 
utente
morge88
  • indirizzo IP 84.221.77.3
  • data e ora Lunedì 19 Febbraio 2007 [15:10]
  • commento onore al nero
 
 
 
 
 
utente
gnoma
  • indirizzo IP 87.16.84.110
  • data e ora Domenica 15 Aprile 2007 [19:27]
  • commento il personaggio del nero sminuito....bella la scena della sua morte , con vetrina infranta e manichini riversi...a parer mio è abbastanza pop!(la scena).Alla fine muoiono tutti! in realtà non è stato
 
 
 
 
 
utente
gnoma
  • indirizzo IP 87.16.84.110
  • data e ora Domenica 15 Aprile 2007 [19:30]
  • commento ..così. Sbaglio o nella morale si ritrova un po' della stessa di "rapina a mano armata"?!(ovvero l'inutilità di tutti gli sforzi...)
 
 
 
 
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