Cantava Umberto Tozzi ed è a questo che si ispira Planet 51, film d'animazione anglo-spagnolo prodotto da Ilion Animation Studios e costato "solo" sessanta milioni di dollari, come il primo L'Era Glaciale (l'ultimo è costato ben 90 milioni di dollari). Niente male per degli studios di solito concentrati sulla produzione di videogiochi (fra cui il famoso Commando) che si sono inseriti più che dignitosamente accanto a colossi come Pixar e Dreamwork.
Produzione spagnola, dunque, ma sceneggiatura tutta americana: la storia, scritta da Joe Stillman, a cui si deve anche Shrek, ripercorre gran parte dei temi dei racconti di fantascienza degli anni cinquanta, ma, come nel racconto di Dick "La sentinella" rivisitato però in chiave commedia americana, ad essere il terribile alieno pericoloso è un astronauta americano afflitto da ogni luogo comune sul personaggio: tanti muscoli, poco cervello e un grande cuore a stelle e strisce.
In un pianeta alieno popolato da omini verdi, quindi, sbarca un Buz Lightyear in carne ed ossa, ma ancora fortemente "giocattolo", portando panico e scompiglio in una cittadina cresciuta a fumetti e film apocalittici.
L'alieno è un un umano, ma l'ambientazione è talmente umana che dopo i primi minuti si rischia di dimenticare questo aspetto, che dovrebbe essere il motore trainante del film, e le gag con hamburger animati e alien-cani appaiono come eccezionali "fuori onda".
Un film senza buoni nè cattivi, dove a pochissimi fra i protagonisti è stato fatto il dono della personalità e dove il senso comune del sentire è talmente comune da fare quasi senso: le donne sono angeli del focolare; gli hippy sono macchiette senza spessore; i maschi sono grandi e forti e alla fine fanno sempre la cosa giusta.
Carico di topoi filmografici, talmente evidenti da risultare banali, è ispirato ed ambientato ai fumetti di ufo anni cinquanta a cui si aggiungono citazioni ormai troppo citate (persino la bicicletta che si staglia contro la luna) e qualche siparietto comico che strappa il sorriso, ma nulla di più.
Gli spunti sarebbero stati moltissimi, dall'accettazione del diverso alla commedia degli equivoci, invece la trama procede inesorabilmente legata al mero racconto, senza nemmeno il supporto di una fotografia particolarmente artistica o di dettagli tecnici di una certa rilevanza, a cui ormai i film di animazione ci hanno abituato. Un compitino tecnicamente ben fatto, come detto all'altezza dei grandi nomi, ma nulla più.
Anche il doppiaggio, in parte realizzato dai Dj di radio DeeJaj, non presenta interpretazioni particolarmente brillanti nè dona ai personaggi un'impronta un po' più italica, come ad esempio era stato fatto per il genio di Aladdin doppiato da Gigi Proietti.
Un film per bambini, insomma, e nemmeno per quelli con troppe pretese.