Esordisco facendo i complimenti alla Bim e alla produzione tedesca per il corposo materiale fornito all’anteprima di Soul Kitchen. Raramente ho visto metterci una cura simile, ci sono tutte le informazioni riguardanti i pezzi “suonati” nel cor
so del film e persino alcune delle ricette eseguite. Bravi, questo è quel che si dice amare il proprio lavoro! Un’altra doverosa premessa: sono un’estimatrice di Fatih Akin, da La sposa turca al documentario sui fermenti musicali turchi, girato in una splendida Istanbul (Crossing the bridge). Non sono certo l’unica (a Venezia il suo ultimo film ha spopolato), trovo che questo regista sappia lasciare in ogni suo lavoro un’impronta personale, di volta in volta un po’ diversa ma con una spiccata coerenza di fondo. E con moltà autenticità.
Lui stesso non ha reticenze a dichiarare le influenze da cui si è lasciato suggestionare in ciascuno dei suoi film, per quanto riguarda Soul Kitchen dice: "Abbiamo deciso di raccontare la storia accelerando un po’ il ritmo della narrazione e del linguaggio visivo rispetto ai miei precedenti lavori. La macchina da presa è costantemente impegnata ad avvicinarsi ai personaggi, ad allontanarsi da loro e a seguirli. Ci siamo fatti guidare da film come Boogie nights – L’altra Hollywood e Quei bravi ragazzi".
Un’altra novità rispetto alla produzione precedente è che Soul Kitchen è una pellicola molto divertente. Ha dei tratti malinconici, c’è un’ombra di amarezza ma l’approccio alla vita
dei personaggi è fondamentalmente positivo. Gagliardo. C’è istinto, voglia di mettersi alla prova, sentimenti di pancia come quelli che la musica accentua, libera, porta in superficie. Akin sottolinea come avesse bisogno di una commedia, di un’atmosfera più leggera prima di affrontare l’ultimo film della sua trilogia su “amore, morte e diavolo”, lavori piuttosto drammatici e complessi.
La storia di Zinos, ristoratore di origini greche che gestisce un locale ricavato da un vecchio capannone industriale ad Amburgo, è largamente autobiografica. La sceneggiatura l’hanno scritta a quattro mani Akin e Adam Bousdoukos che interpreta anche il protagonista del film (una copia di se stesso). L’attore, uno dei fedelissimi di Akin, ha infatti gestito per anni una taverna greca che era diventata il ritrovo abituale della cerchia di amici del regista. Una “heimat” a tutti gli effetti, che vedeva intrecciarsi avventura e affettività. Dalla realtà Akin ha tratto ispirazione: "Avevo voglia di realizzare un film sul concetto di casa, non come luogo definito da una nazionalità, tedesca o turca che sia, non come luogo geografico, ma come condizione esistenziale e come stato mentale".
Il “Soul Kitchen” è un posto accogliente anche se alla buona, i clienti si nutrono di hamburger, patatine, birra e musica sino a quando Zinos non decide di assumere un vero cuoco. Shayn, che è una specie di santone della buona cucina, si rifiuta da subito di preparare i piatti rozzi e grondanti grasso che stanno sulla lista del Soul Kitchen e rivoluziona completamente il menù del ristorante. La reazione dei frequentatori abituali è drastica: disertano
il locale disgustati da un tipo di cucina, a loro dire, troppo raffinata. Le cose per Zinos sembrano mettersi male, soprattutto dopo che ha subodorato che la sua fidanzata Nadine, altissima e slavata (l’opposto di lui!), sta combinando qualcosa di strano a Shangai. Come se non bastasse si fa venire un’ernia sollevando un peso e ricompare suo fratello, un poco di buono in semilibertà che cerca un lavoro fasullo per poter star fuori dal carcere l’intera giornata. L’accumularsi di guai non toglie all’ultimo film di Akin il taglio ironico, lo spirito rock/soul, il ritmo sincopato e divertente. I problemi di schiena di Zinos danno lo spunto per scene irresistibili, i personaggi sono tutti a loro modo accattivanti, grazie anche alle ottime interpretazioni.
Akin dichiara di amare moltissimo Amburgo però non perde i contatti con le sue origini turche. "Abbiamo scelto come location il quartiere di Wilhelmsburg – spiega – anche perché il protagonista deve attraversare il ponte per recarsi al lavoro. Proprio come il Bosforo a Istanbul…".