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Fratellanza - Brotherhood DRAQUILA - L'Italia che trema I gatti persiani
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Articolo del : 23 02 2009
Link interessanti : 1: “Book trailer” dal sito ufficiale dell’autrice
2: The Quentin Tarantino Archives
3: Il forum italiano
 
 
 
Film che leggono [i libri e il cinema]:
Sangue e violenza: Tarantino “sezionato” pellicola per pellicola

di
Carlo Griseri

C’è Uma Thurman tumefatta, katana in mano e sguardo glaciale sulla copertina del libro di Simona Brancati Quentin Tarantino - Asfalto nero e acciaio rosso sangue, edito da Le Mani nella collana Extralights (189 pagine, 12 euro). Come dice il critico Renato Venturelli nella prefazione, Tarantino è “un millepiedi che occupa un po’ tutte le scarpe in circolazione, il regista del troppo, dell’eccesso, della bulimia filmofaga”: di certo quindi non un personaggio semplice da analizzare! E’ necessario trovare un filo che colleghi i suoi titoli, che permetta di realizzarne un’analisi completa.


L’autrice genovese è scrittrice e giornalista, si occupa di cinema e di ricerca criminologica. Ha realizzato sul tema-Tarantino il documentario Bookstage, dietro le quinte di un libro che esplora l’universo del regista USA attraverso le testimonianze di artisti e critici, segnalato con la Menzione Speciale al Genova Film Festival. Visti i trascorsi, è naturale quindi immaginare come si può sviluppare il suo libro: attraverso una vera “indagine investigativa che esplora il pianeta Tarantino, il momento storico in cui è stato intercettato e le reciproche contaminazioni che il suo cinema ha generato e subito, a partire dagli anni ’90 fino ad oggi”. Un’analisi condotta smontando pezzo per pezzo il personaggio, l’autore, i film (compresi tutti i suoi lavori da sceneggiatore), i feticci, le ossessioni, i codici linguistici, i riferimenti letterari, teatrali, cinematografici e musicali: si raccontano anche episodi meno noti, come ad esempio la doppia uscita in sala in Italia de Le Iene (prima con questo titolo nel 1992, passato totalmente inosservato, poi l’anno successivo come Cani da rapina, riuscendo ad attirare il pubblico “nel momento in cui la violenza del film viene registrata come l’elemento dominante e di maggiore attrazione”).


Già, la violenza. Per anni è stata l’argomento principale di cui si discorreva al momento dell’uscita di un nuovo titolo tarantiniano: un po’ questa “moda” è passata, il pubblico inizia ad abituarsi a questo aspetto, ma non del tutto. Il regista mise subito in chiaro le sue idee, già nel ’92 alla presentazione al Sundance della sua opera prima. Ad uno spettatore che a fine proiezione si alzò per protestare per l’eccessiva dose di sangue della pellicola, ricorda Simona Brancati, egli rispose piccato: “Non so voi, ma io adoro la violenza al cinema. Quello che mi sconvolge è tutta quella merda alla Merchant/Ivory!”. Chi lo conosce e lo ama sa che ridurre i suoi film a un “ammasso di violenza” può essere quantomai sminuente, ma si può partire da qui - come fa l’autrice - per trovare il “fil rouge” della sua carriera.  Fin dagli esordi il regista ha costruito la violenza “all’interno di una macchina narrativa precisa e ben oliata”, macchina di cui l’autrice analizza ogni singolo aspetto. Questo agile volumetto ripercorre l’intera (in attesa del prossimo Inglorious Basterds) opera di Tarantino, iniziando da My Best Friend’s Birthday, primo incompiuto esperimento di metà anni ’80, recuperabile solo attraverso le impervie strade del download da internet, peraltro in pessima qualità. In questo primo esperimento, sottolinea l’autrice, si ritrovano elementi di sceneggiatura che saranno poi “riciclati” nei film successivi. Perché non si butta via niente, e nessuno meglio di Quentin Tarantino ha fatto di questa massima la sua cifra stilistica.  


Si tratta probabilmente dell’autore più importante che il cinema abbia visto nascere negli ultimi vent’anni. Il perché lo riassume molto bene Simona Brancati in un passaggio del suo libro: con lui “nasce la generazione della videoteca, ragazzi cresciuti ad hamburger, computer e videoregistratori che vogliono fare cinema, a cui si contrappone la generazione precedente cresciuta invece nelle scuole di cinema.
Imparano a conoscere il grande schermo divorando videocassette in casa. Guardare un film in nastro diventa un atto privato, intimo e ritualistico; significa intervenire sul tempo imposto dal film con il telecomando per andare avanti o indietro, accelerare o rallentare, addirittura fermare l’immagine. Come nei film di Tarantino dove la linearità temporale è mortificata. Le sequenze più esaltanti sono selezionate, analizzate, straviste e stravolte dal regista, fissandosi indelebilmente nel suo immaginario personale. Per questo sostiene di ‘fare cinema con il cinema’, cioè con la memoria storica di altri film. Capisce subito quale inquadratura usare per una determinata situazione, e progetta certe scene pensando con immediatezza al modo in cui sono state costruite nei film che ha visto. Il gusto per la citazione nasce qui”.

 
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