[in viola la nostra feroce alce, in arancio il gianduiotto ermetico]
Il problema di certi film è il lancio pubblicitario che li accompagna al momento dell’uscita, frasi come “Dopo il Sesto Senso..”, “Più terrificante di Seven..” ad un film come questo Birth di certo non hanno giovato, così come il periodo scelto, cioè sotto Natale, infilato tra tette, chiappe e cartoni dove tutti noi cerchiamo qualsiasi cosa tranne un film di quasi soli interni, con pochissima azione ed iperdialogato, insomma per i ritmi ai quali ci hanno abituato se la batte con uno di Ingmar Bergman.
Però, al di là d’una apparenza piuttosto ostica, il film vale, eccome. Costruito, come già detto, quasi esclusivamente all’interno di un elegante appartamento newyorkese, contrappuntato ogni tanto dai soli ed aperti esterni di Central Park, il film ci fa vedere come una donna, e di conseguenza tutti il suo parentame, entri in crisi alla vigilia del matrimonio quando un ragazzino le dice d’essere la reincarnazione del suo primo e defunto marito. Chi gli darebbe retta? Chi ci crederebbe? Probabilmente nessuno, però basta questo a far entrare in crisi le sue certezze ed a sconvolgere il mondo di questa borghesia di certo molto poco illuminata. Ad onor del vero, il discorso potrebbe essere esteso non solo alla borghesia ma anche all’innata paura dell’uomo verso l’ignoto, verso il non conosciuto rappresentato qui dall’incrinarsi d’una certezza per l’aprirsi di abissi metafisici, forse poco credibili, ma di certo davvero poco rassicuranti.
Il problema forse è un altro. Più che di abissi metafisici parlerei di irruzione drammatica dell’inconscio in una situazione che non sarebbe risolvibile con il dialogo e con la logica. Anna, la protagonista, è prigioniera del suo stile di vita, del suo essere benestante, delle convenzioni del suo ambiente matriarcale (splendida Lauren Bacall nella parte della madre) del suo prossimo matrimonio con un uomo ricco e volgare. L’unico modo che riesce ad “inventare” per sfuggire a tutto ciò è l’arrivo del ragazzino che mette in gioco un’istanza così radicale ed assurda. Egli è veramente la voce di un marito morto ed amatissimo. In quanto personaggio non esiste: è solo un’incarnazione estemporanea, una convenzione simbolica e cinematografica. Anna genera una situazione semi-patologica, diventa preda di un’allucinazione che la dilania, ma che allo stesso tempo rappresenta la sua unica fuga verso il cambiamento.
La “malattia” diventa addirittura epidemica. Chi immagina chi? E per quali motivi? Sean diventa una presenza accettata perché più di una persona ha bisogno di un’allucinazione che vada a compensare un aspetto sgradito della propria esistenza; ad esempio: una madre che si percepisce inadeguata ed assente e consegna suo figlio, dimenticandosene quasi, ad una donna ricca e bellissima, un’amante abbandonata che non riesce a rassegnarsi, un cognato che ha bisogno di confutare il ferreo positivismo scientifico dello Sean originario.
La satira, la presa in giro delle classi agiate, messa qui però sotto forma di dramma, esce dalla penna di Jean-Claude Carrière per anni sceneggiatore dei film di Bunuel, ai quali questo Birth si ispira non tanto per la forma grottesca quanto piuttosto per il bersaglio al quale mira.
Interni caldi, ovattati ed esterni gelidi e ricoperti di nevi sono l’acquario ideale nel quale il bravo regista Jonathan Glazer fa muovere i suoi attori, per inciso la Kidman è in una delle sue prove migliori, con uno stile davvero poco pubblicitario o video-clipparolo e visti i trascorsi dello stesso è davvero sorprendente e piacevole.
Be’, Glazer ha girato video perlopiù per Massive Attack e Radiohead, video bellissimi e non di poco conto. In Birth spicca la semplicità: una macchina da presa, luci, attori e scenografie. Quasi un film d’altri tempi per l’estrema semplicità figurativa, ma che è comunque carica di suggestioni. La camera scruta, compie un lavoro architettonico indugiando su particolari di edifici e sulle architetture dei volti, facce credibili, reali, a volte pare volersi infilare dentro i personaggi con dei primissimi piani immobili e lunghi: la scena del teatro è esemplificativa così come fortemente indagatorio è il lunghissimo piano-sequenza iniziale che segue Sean di spalle, unico volto negato per tutto il film. La musica originale di Alexandre
Desplat, volutamente grottesca e stucchevolmente brahmsiana allo stesso tempo, punteggiata di glockenspiel ed archi, sottolinea la pomposità borghese delle situazioni, come la quasi esilarante riunione di famiglia davanti ad un trio che esegue musiche nuziali.
Insomma, con un film così nessuno dovrebbe gridare al miracolo o al capolavoro ma è davvero una sorpresa per coraggio e resa finale, decisamente sopra ai tanti lavori troppo stereotipati e preconfezionati che si vedono in giro.
Mi sbilancio un po’ di più e dico che Birth ha le cadenze e lo spessore di un piccolo classico, tenendo anche conto che si tratta di un’opera prima, oltretutto in controtendenza rispetto alla ricerca smaccata del facile e del facilissimo, dell’evidente e dello spettacolare pacchiano e tronfio.